Oslo. Alle15.26 esplode la bomba che sventra l’intero quartiere governativo della capitale. Iffit Qureshi - scrittrice e nota opinionista di origini pachistane, impegnata nella difesa dei diritti umani - sta andando in centro in macchina per recuperare il figlio sedicenne di ritorno da una gita. «All’improvviso vedo una nuvola di fumo» racconta «e prima sento un rumore fortissimo che penso sia un tuono.
Sono giorni di temporali, mi dico. Non penso a una bomba, ma a un grosso incendio. Poi comincio a ricevere SMS da amici e conoscenti, sono preoccupati e comincio a capire. Se è un attentato e se dietro l’attentato ci sono fondamentalisti islamici, è meglio allontanarsi subito dal centro. Mi sento osservata, mi tornano alla mente situazioni che ho vissuto: episodi di razzismo durante la mia infanzia in Scozia, l’islamofobia diffusa dopo l’11 settembre. Penso a mio figlio e mi dico: ecco, da qui non si torna più indietro».
Negli stessi minuti, i ragazzi sull’isola ricevono le telefonate dei genitori che li avvertono dell’accaduto. I giovani delegati, provenienti da ogni parte del paese, si riuniscono per decidere il da farsi. A nessuno viene in mente di abbandonare il campeggio per rientrare a casa, al contrario: «Questo è il posto più sicuro della terra, qui non può succederci nulla» ripetono - confusi, increduli - a se stessi e ai genitori. Si sa dove è scoppiata la bomba e che il primo ministro Jens Stoltenberg è incolume, il numero dei morti e l’entità dell’esplosione non sono invece chiari. Nessuno di loro immagina che di lì a un’ora, un giovane alto, biondo, calmo, “di etnìa norvegese”, sbarcherà su quell’isola, deciso a stanarli e giustiziarli uno ad uno. «Utøya era il paradiso della mia giovinezza, e ora si è trasformato in un inferno» dirà Stoltenberg il giorno dopo.
Anders Behring Breivik
Un’ora e un quarto dopo l’esplosione, Anders Behring Breivik, anni 32, vestito da poliziotto, è a bordo del traghetto che collega l’isola con la terraferma. Sulla stessa imbarcazione c’è anche la donna che tutti chiamano ‘mamma Utøya’, la quarantatreenne Monica Bøsei, impegnata nell’organizzazione dei campeggi estivi. Monica, che sta per lasciare il suo incarico dopo venti estati trascorse a prendersi cura dei ragazzi, sospetta subito di quello strano individuo. L’uomo in uniforme trascina una pesante valigia, nella quale dice di avere il necessario per disinnescare eventuali bombe. Allo sbarco, la donna corre dall’unico vero poliziotto presente sull’isola, colui che deve garantire la sicurezza dei partecipanti. Ma, come tutti i poliziotti in Norvegia, Trond Berntsen è disarmato. Non ha con sé neanche un manganello. Monica e il poliziotto sono i primi ad essere falciati dalla semiautomatica dell’assassino, prima ancora di poter dare l’allarme. Con loro due - Monica e Trond – ha inizio un massacro sistematico e spietato. Una lunga fila di vittime, ragazzini inermi perlopiù per “la più grande tragedia in Norvegia dai tempi della Seconda guerra mondiale”. Breivik, che la polizia norvegese ritiene abbia agito da solo, ne uccide sessantasette, più di uno al minuto, indisturbato per un’ora intera. Chi è sopravvissuto racconta la freddezza con cui guarda le vittime negli occhi prima di sparare. Chi è sopravvissuto avrà l’incubo/Utøya e l’incubo/Breivik, così come hanno incubi che non si dimenticano di loro, i veterani della guerra in Irak e in Afghanistan.
Anders Behring Breivik, a distanza di settimane, continua a dichiararsi un eroe, un martire, paladino dei valori e delle tradizioni dell’Europa cristiana. Le motivazioni del suo gesto le ha spiegate: eliminare, in un colpo solo, i futuri dirigenti del Partito laburista. Cristiano fondamentalista, si definisce, appassionato giocatore di ‘World of Warcraft’ (mondo di guerra), il videogioco di ruolo che su internet conta milioni di iscritti, terminata la strage chiama la polizia dal suo cellulare. Il messaggio, della durata di circa trenta secondi, è questo: «Breivik. Comandante. Membro dell’organizzazione per la resistenza anticomunista contro l’islamizzazione. Missione compiuta, pronto a consegnarsi a Delta». Depone le armi e si lascia arrestare in tutta calma dalle truppe speciali finalmente arrivate sull’isola. Il suo scopo, come poi dichiarerà di fronte al giudice, è «salvare la Norvegia e l’Europa occidentale dal marxismo culturale e dalla conquista da parte dell’Islam».
La marcia delle rose
Ciò che l’assassino, detenuto in isolamento in un carcere alla periferia di Oslo, ancora non sa, è che il suo doppio attentato, ha ottenuto, almeno per il momento, il risultato opposto a quello da lui sperato. Sia il partito laburista che i musulmani presenti in Norvegia ne escono più che mai rafforzati. «Vivo qui da 24 anni e sono sempre stata molto critica verso l’establishment politico norvegese, ma devo dire che, questa volta, Stoltenberg ha fatto davvero un ottimo lavoro» dice Iffit Qureshi «le cose avrebbero potuto prendere una pessima piega. I suoi interventi sono serviti a medicare la grave ferita sociale, a consolare la popolazione. È riuscito a comunicare passione, comprensione, solidarietà. Le sue parole suonano assolutamente sincere. Per la prima volta da quando sono qui ho pensato “questo è il mio primo ministro”». L’intuizione culturale e politica di Stoltenberg lo spinge fin dall’inizio ad appellarsi ai valori democratici e alla dignità di comportamento. Le sue parole sono in perfetta sintonia con lo stato d’animo della popolazione, la psicologia della maggioranza dei cinque milioni di abitanti della Norvegia. Tre giorni dopo la strage, duecentomila persone invadono pacificamente le strade della capitale stringendosi silenziose e composte intorno a lui e alla famiglia reale. Ricoprono i marciapiedi di un tappeto di fiori e per una volta, in un paese dove perfino i bambini piangono di rado, nessuno cerca di trattenere le lacrime. Norvegesi di tutte le etnie e di ogni età intonano insieme l’inno nazionale e canzoni popolari, cercando di darsi conforto gli uni con gli altri. «C’è un solo aggettivo per descrivere il comportamento dei norvegesi, esemplare»
dice il filosofo Sead Zimeri, 36 anni, macedone, del think-tank ‘Liberalt Laboratorium’ di Oslo «ci si sente calamitati da questa reazione della gente come da un campo magnetico. È impossibile non provare rimorso come per avere trascurato qualcosa sino ad oggi, impossibile non sentirsi parte di una più ampia comunità che condivide pena e tristezza e allo stesso tempo sospende tutte le barriere. Impossibile non sentirsi un tutt’uno con gli altri». Sead non ha perso nessuno - familiare o amico - negli attentati, ma dice che partecipare al lutto collettivo gli sembra del tutto naturale. Anche Iffit, musulmana, entra istintivamente in chiesa per trovare un luogo di raccoglimento: «L’unico posto dove sento di poter dare libero sfogo al mio dolore è la cattedrale. Lì, con persone di ognia etnìa e religione» dice «questo episodio di violenza fredda, apre vecchie ferite. Molti sono arrivati in Norvegia, in questo paese apparentemente così tranquillo, venendo da guerre e lutti, morte e stragi». La notizia che dietro gli attentati c’è un estremista di destra, norvegese, bianco e cristiano, fa tirare un sospiro di sollievo agli immigrati. «Come tanti altri, anch’io in un primo momento ho pensato che potesse trattarsi di un gruppo islamista» dice Saroj Chumber, già caporedattrice del settimanale Utrop (‘Il grido di protesta’) scritto e letto dai giovani immigrati. «Non ce l’ho mica scritto in fronte che sono induista: la maggior parte dei norvegesi suppongono che sia di religione islamica anch’io, dato che ho la carnagione scura. Se l’attentatore fosse stato musulmano, non avremmo visto questo slancio comunitario in cui differenze di colore, etniche e religiose sono state sospese. Gli argomenti anti-musulmani e anti-immigrazione si sarebbero senz’altro intensificati, ben oltre i limiti che vediamo. Il Partito del progresso (Fremskrittspartiet, FrP) di estrema destra, avrebbe cominciato a suonare la grancassa, guadagnato consensi e mandato alle stelle la propria politica antimusulmana. Una politica che ha lo scopo di generare paura». Subito dopo l’esplosione cominciano a girare voci - vere o false - che alcune persone di carnagione scura vengono attaccate e insultate in vari punti della città. «Essere musulmani presenta molti inconvenienti. Nessuno - conclude Saroj Chumber - chiede ai cristiani una condanna aperta e ferma di ogni atto di terrorismo. Si dà per scontato che lo condannino. Ma ai musulmani lo si chiede. I musulmani sono sempre, in qualche modo tirati in ballo».
Nell’ora del lutto la famiglia reale si mescola alla folla, senza preoccupazioni per la propria incolumità. Il principe ereditario, Haakon, visibilmente commosso, davanti al mare di persone che stringe nel pugno una rosa ripete il messaggio già espresso dal primo ministro: «Stasera le strade si sono riempite di amore; abbiamo scelto di rispondere alla crudeltà con la vicinanza, abbiamo scelto di affrontare l’odio con la solidarietà. Abbiamo scelto di rimanere saldi nei nostri valori». «Il re ha pianto insieme a me» racconta al maggiore quotidiano norvegese Aftenposten (‘La posta della sera’) Ragna Bakås Sørlundsengen, 15 anni. Era sull’isola, ha perso l’amica del cuore, si è salvata chiudendosi in un minuscolo bagno insieme con cinque altri ragazzi.
Nei giorni successivi alla strage, i luoghi di culto, normalmente poco frequentati dai giovani in un paese largamente laico, diventano luoghi di aggregazione e di conforto. Chiese e moschee tengono le porte aperte a tutti, i pastori protestanti marciano fianco a fianco agli imam, celebrano insieme i funerali. «Breivik il cristiano ha fallito totalmente la missione» dichiara Bjørn Inge Dalby, padre di Andreas, 17 anni, ucciso sull’isola. Andreas, a causa del maltempo aveva deciso di lasciare Utøya la sera del massacro, ma non è riuscito ad evitare l’appuntamento con la morte. Andreas, con un piede già fuori dalla trappola, lo zainetto pronto, il padre che lo aspetta. Padre che adesso dice «L’assassino voleva dividerci, ma non ha fatto altro che avvicinarci gli uni agli altri. In qualche modo ha reso il mondo un posto migliore, almeno per un pó. Ora siamo più uniti che mai».
Una strage evitabile?
Breivik questo sconosciuto. Perché la sezione del Ministero degli Interni, la famosa FFI (Forsvarets forskningsinstitutt) addetta alla prevenzione degli attentati terroristici, non è riuscita ad individuare Breivik e ad intuirne il potenziale omicida? «È vero, nessun norvegese si è specializzato nel cosiddetto movimento anti-jihadista, il ramo dell’estremismo di destra da cui proviene Breivik, ma neanche fuori dalla Norvegia ci sono molti esperti del tema» scrive Thomas Hegghammer, ricercatore presso l’FFI in una lettera aperta all’Aftenposten. Secondo Hegghammer il movimento - corrente ideologica più che gruppo di attivisti - non ha finora compiuto azioni rilievo, né incoraggiato i propri sostenitori a compiere atti di terrorismo. Cose così. Breivik sul web usava lo pseudonimo ‘Sigurd Jorsalfar’ - re norvegese e crociato vissuto nel XII secolo - e partecipava attivamente a forum antimusulmani. Interveniva frequentemente sul blog Antijihad Norge che dopo la strage ha chiuso, sulle pagine informatiche della Norwegian Defence League, ramo norvegese della British Defence League, era sulle posizioni di Stop Islamiseringen av Norge (Fermiamo l’islamizzazione della Norvegia) che oggi dice di non averlo mai avuto tra le sue fila e nega perfino di essere un’organizzazione di estrema destra. In ogni caso, come mai i servizi segreti norvegesi non tenevano sotto osservazione questi gruppi dichiaratamente razzisti? Perché non ne hanno riconosciuto il potenziale terroristico? «Media e politici sono talmente presi dal terrorismo islamico che hanno completamente trascurato la minaccia dell’estremismo di destra» dice il giornalista e scrittore Øyvind Strømmen, che da anni studia il fenomeno «è perlomeno una cosa un po’ bizzarra, visto che la maggior parte del terrorismo che la Norvegia ha conosciuto - episodi certo di poco conto - è terrorismo di estrema destra». Strømmen ritiene che Breivik abbia agito da solo, ma che non si tratti tuttavia di un lupo solitario: «è la tipica persona che ha subito una radicalizzazione attraverso internet, esattamente come alcuni islamisti. Tra gli estremisti di destra e i terroristi islamici, le similitudini sono molto più sostanziali delle differenze» conclude.
Eurabia
La Norvegia, con i suoi cinque milioni di abitanti, è stata attraversata da tre ondate di immigrazione. La prima - dalla fine degli anni Sessanta a metà degli anni Settanta - quando la scoperta del petrolio e il conseguente boom economico rendono necessario importare forza lavoro. La seconda, caratterizzata dai ricongiungimenti familiari, la terza - iniziata a fine anni Settanta e mai terminata - in cui il Paese comincia ad accogliere rifugiati politici. Prima i vietnamiti e i cileni, poi i cittadini di tutti i paesi dove imperversano guerre e/o repressione. Irak, Somalia, Afghanistan, Serbia, Iran e così via. Pur non essendo membro dell’Unione Europea, la Norvegia è firmataria del trattato di Schengen, e in anni recenti si sono stabilite nel paese ampie comunità provenienti da altri paesi europei, tanto che oggi la comunità più numerosa di stranieri è rappresentata dai polacchi seguiti dagli svedesi (in Svezia la disoccupazione è molto cresciuta negli ultimi anni). Ad Oslo più di un quarto della popolazione è di origine straniera, il 40% dei ragazzi delle elementari e medie non è di lingua madre norvegese, la convivenza risulta fondamentalmente pacifica. Chi ha opinioni apertamente discriminatorie in genere le tiene per sé, o le esprime in forma moderata e spesso anonima su internet. Il Partito del progresso (Fremskrittspartiet, FrP) denuncia la ‘islamizzazione strisciante’, ma nessun suo esponente si sognerebbe di incitare, seppur velatamente, forme di razzismo o atti di violenza. Così nessuno ha dato particolare peso alle esternazioni di un Breivik, che partecipa ai forum sulla islamizzazione dell’Europa con argomenti non molto dissimili da quelli utilizzati dalla Lega Nord in Italia. Partecipa e scrive, 1518 pagine a titolo 2083 - Una dichiarazione europea d’indipendenza in cui si definisce salvatore del Cristianesimo, il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa, antimarxista, antipapista e fiducioso di una rivoluzione guidata dai nuovi Cavalieri Templari, nonchè massone (non manca di mettersi in posa con il grembiulino e i simboli della sua loggia). Il sito web che l’assassino cita più frequentemente nel suo dettagliatissimo manifesto di 1500 pagine [lo invia per posta elettronica ad un migliaio di persone un’ora e mezza prima dell’esplosione della bomba] è Gates of Vienna, gestito da Edward May, cittadino americano. May vive in Virginia e fa parte di un’organizzazione chiamata ‘International Civil Liberties Alliance’ (Alleanza internazionale per i diritti civili) che, negli ultimi anni, ha sviluppato una rete di anti-jihadisti sul web. Nell’imponente testamento in cui spiega anche di aver trascorso gli ultimi nove anni a preparare gli attentati del 22 luglio [un esperto lo definisce “uno tra i migliori manuali per terroristi solitari mai scritto”] Breivik fa spesso riferimento a Eurabia. L’immigrazione di massa, l’alto tasso di natalità delle comunità musulmane, la costruzione di moschee in Europa porteranno inevitabilmente il vecchio continente a una progressiva islamizzazione. Eurabia, neologismo coniato da Bat Ye’or, pseudonimo della scrittrice ebrea, egiziana di nascita e cittadina britannica Giselle Littman, è ripreso tra gli altri anche da Oriana Fallaci nel suo La forza della ragione. Un termine utilizzato in ambienti intellettuali a livello internazionale. Individuare Breivik come potenziale terrorista era - sulla base di queste considerazioni - praticamente impossibile, dice il capo dei servizi segreti della polizia norvegese (la ’Politiets sikkerhetstjeneste’) Janne Kristiansen: «Breivik ha vissuto decisamente nel rispetto delle leggi: una doppia vita nella quale non agiva in maniera estremista e non esprimeva opinioni violente. Tenere sotto controllo un tipo così vorrebbe dire controllare quasi tutti i cittadini norvegesi». Ma lo stesso Kristiansen svela, in una intervista televisiva, che «Breivik si trovava su una lista di 50-60 norvegesi che hanno scambiato merci con un negozio polacco di prodotti chimici». Dunque persona sospetta e sotto osservazione.
I laburisti guadagnano terreno
Breivik dice che lo scopo del massacro sull’isola è causare tali perdite umane al Partito laburista da ostacolare fortemente il reclutamento di nuove leve nei prossimi anni. Ma le sezioni giovanili dei vari partiti registrano un afflusso di iscrizioni proprio nella settimana successiva agli attentati, su Facebook nascono gruppi in cui i ragazzi si incitano a vicenda a recarsi alle urne il 12 settembre, quando si svolgeranno le elezioni amministrative. Molti prevedono una massiccia partecipazione anche da parte degli immigrati, che con il proprio voto vorranno premiare Stoltenberg, il primo ministro che si è tenuto lontano da ogni demagogia. I partiti di destra sono costretti ad eliminare dal battage elettorale ogni retorica su immigrazione e integrazione. Il Partito del progresso recita ripetutamente il mea culpa. «Io ed altri abbiamo detto cose di cui, alla luce dei recenti avvenimenti, ci pentiamo» afferma Siv Jensen, segretaria del partito. «Gli attentati porteranno senza dubbio un’ondata di consensi al Partito laburista. Sarà un voto di solidarietà» dice Qureshi «io non voterò per loro, sono in profondo dissenso, ma penso che Stoltenberg in questa circostanza abbia fatto un lavoro splendido. Al di là della propria fama e del fatto che assegna il Nobel per la Pace, la Norvegia è comunque un paese in guerra: in Afghanistan e in Libia. Ed è un paese esportatore d’armi».
Un colpevole dilettantismo
Il caso Breivik, la preparazione e l’attuazione di un attentato di grandi proporzioni, la lunga strage, gettano ombre inquietanti sulla sicurezza nazionale. Nel giro di due ore un uomo solo è riuscito a mettere in ginocchio un intero paese, rivelandone tutta la vulnerabilità. E ciò, come lui stesso ha dichiarato, sebbene abbia portato a termine soltanto alcuni degli attacchi pianificati. I danni avrebbero potuto essere ancora più devastanti. Il governo ha istituito una commissione d’indagine sul 22 luglio. I dubbi sollevati dalla lentezza degli interventi sono enormi. Perché l’unico elicottero della polizia rimane a terra? Perché la polizia locale, arrivata al campeggio di fronte all’isola già alle 17.52, in mancanza di mezzi propri non utilizza imbarcazioni private per lanciare un’operazione di soccorso? Perché una volta arrivati in prossimità di Utøya, invece di percorrere la distanza più breve dalla terraferma, ovvero meno di 700 metri da banchina a banchina, le teste di cuoio scelgono di imbarcarsi da un punto che dista 3.7 km dall’isola? Le immagini grottesche delle forze speciali, armate fino ai denti, a bordo di un canotto rosso che imbarca acqua e va subito in panne, suscitano forti perplessità. Quanti ragazzi si potevano salvare con un intervento di normale professionalità? I primi tra i genitori che danno l’allarme telefonando alla polizia dopo aver parlato con i figli terrorizzati si sentono rispondere che se davvero c’è una sparatoria in corso, i ragazzi debbono contattare direttamente le forze dell’ordine. Allarmanti alcune dichiarazioni di Geir Lippestad, avvocato di Anders Breivik. Lippestad assicura che Breivik ha tentato di fermarsi offrendo alla polizia la propria resa dal cellulare di una delle sue prime vittime, per una decina di volte: «Ha ricevuto risposte che non capiva e ha chiesto di essere richiamato, per accertarsi che la polizia avesse ben compreso la sua volontà di arrendersi». L’elicottero della televisione pubblica norvegese [NRK], presente sopra l’isola ben prima dell’arrivo della polizia, favorisce di fatto le uccisioni. Alcuni ragazzi, credendola un arrivo di soccorsi, abbandonano i nascondigli tra le rocce, diventando facili prede del finto poliziotto che continua a sparare indisturbato.
Difficile anche giustificare il fatto che l’accesso al Parlamento, vicinissimo al quartiere governativo, viene bloccato tre ore dopo l’esplosione della bomba. Per avere la cifra esatta delle vittime di venerdì 22 luglio, si è dovuto aspettare fino al martedì successivo. Così si viene a sapere che i morti sull’isola sono sessantotto, e non più ottantasei come la polizia ha sostenuto fino a quel momento. È difficile accettare che, a distanza di tanti giorni, non si sia ancora riusciti a contare i cadaveri. La Norvegia, alla quale quasi ogni anno - da dieci - il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) assegna la palma di migliore paese in cui vivere, si confronta con un attacco terroristico senza precedenti sul proprio territorio e manifesta tutta la sua ingenua vulnerabilità.
La perdita dell’innocenza
Nessuno nel paese potrà mai dimenticare il giorno che chiamano già “il nostro 11 settembre”. Gli adolescenti sono già stati battezzati la ‘generazione di Utøya’, una generazione segnata da un evento brutale e incomprensibile di cui tutti sono testimoni, compresi i più piccoli. «Il lunedì successivo alla strage, i bambini saltavano nella sabbionaia facendo finta di tuffarsi in acqua per sfuggire all’assassino» racconta Siri, 21 anni, maestra in un asilo del centro di Oslo. Ha senso parlare di perdita dell’innocenza? «Dipende da cosa si intende per innocenza» dice Sead «se parliamo di innocenza politica, la Norvegia non l’ha mai avuta. Breivik testimonia ampiamente che la Norvegia non è estranea ad un panorama generale in cui l’ultimo decennio è caratterizzato dalla scalata della destra estremista e dal fallimento del multiculturalismo. Si potrebbe però parlare di un’altra forma di innocenza, che chiameremo l’ideologia del buonismo» spiega «subito dopo l’esplosione, la reazione di molti norvegesi è stata di incredulità. Un norvegese non poteva essere capace di commettere un’atrocità simile. Doveva essere stato qualcun altro, e quel qualcuno, naturalmente, essere un musulmano. Dopo ciò che è accaduto l’argomentazione cade completamente. Non si può più andare avanti facendo finta di nulla». Mahmood
Amiry-Moghaddam, 40 anni, neurobiologo presso l’Università di Oslo e presidente dell’organizzazione per i diritti umani Iran human rights [IHR] dice: «Se per ‘perdita dell’innocenza’ si intende che non ci sono mai prima stati attacchi terroristici in Norvegia, questo non è vero. La Norvegia è uno dei pochi paesi al mondo in cui l’editore de I versetti satanici di Salman Rushdie ha subito un attacco terrorista nel 1993. Prima ancora, il Mossad ha ucciso con un attentato un cittadino norvegese di origini marocchine credendo che appartenesse all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Infine, la Norvegia, occupata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, ha visto deportare la metà dei propri ebrei, molti dei quali arrestati dai norvegesi stessi. La storia va ricordata, e la storia norvegese, come quella di qualsiasi altro paese, ha lati positivi e lati negativi».
Quale futuro?
Alla prima udienza del processo, Breivik cerca di presentarsi in ‘alta uniforme’ davanti alla Corte. Una specie di divisa con fregi e medagliere da lui stesso assortiti. Non gli è concesso e opta per una maglietta rossa della Lacoste, simbolo, dice, di una persona «con un’educazione alle spalle, europea e di stampo conservatore». Due esperti di psichiatria forense entro l’11 novembre diranno alla Corte se, al momento dell’attentato e della strage, Breivik fosse o meno in grado di intendere o di volere. Chiunque entri in contatto con l’assassino - avvocati, poliziotti e giudici - ne mette in evidenza la freddezza e la lucidità. La pena massima prevista dal codice penale norvegese è di 21 anni, ma per crimini contro l’umanità, di 30. In Norvegia esiste poi una forma di custodia cautelare per le persone ‘socialmente pericolose’ che si può applicare, rinnovandola in giudizio ogni cinque anni, anche una volta scontata la pena e anche se la persona viene dichiarata non imputabile a causa di problemi mentali - in questo caso può essere tenuta sotto sorveglianza presso un’istituzione psichiatrica piuttosto che in carcere. Le indagini, alle quali al momento stanno lavorando circa 200 investigatori, non saranno completate prima di un anno. Si tratta non solo di ricostruire gli attentati, ma anche i preparativi portati avanti da Breivik per anni, forse con il supporto esterno di estremisti di destra europei. Il processo sarà il più grande mai svoltosi sul suolo norvegese. Nessuna aula di tribunale è abbastanza capiente da ospitare tutte le parti lese, i loro rappresentanti legali, i testimoni e così via. Si adatterà una sala da concerto o una tensostruttura come quelle utilizzate per le fiere. La sezione norvegese di Amnesty International chiede, nel frattempo, una legge che proibisca il possesso di fucili semi-automatici. Anche il futuro dell’edificio in cui ha sede l’ufficio del primo ministro e di altri palazzi adiacenti è incerto: non si sa se li si potrà ricostruire o sarà necessario abbatterli. La Norvegia si è suo malgrado svegliata dal torpore soddisfatto in cui è vissuta dal dopoguerra ad oggi. Un risveglio crudele, di inaspettata ferocia. Ma, afferma Sead Zimeri: «Il senso di solidarietà e di inclusività mostrato in questa circostanza ha prodotto il desiderio di una forma di innocenza morale. Per innocenza morale intendo che la gente, individualmente o in quanto gruppo, è disposta a fare un passo indietro e ad assumersi la responsabilità dei propri fallimenti. Non si cerca vendetta ma perdono. Si riflette sulle proprie nozioni di vita felice e si viene a patti col fatto che non esistono individui o comunità completamente positive, qualsiasi sia la percezione che si ha di se stessi. Questo è uno sviluppo molto positivo, e spero che i suoi effetti durino a lungo. L’ingenuità è andata perduta, ma si è guadagnata l’aspirazione ad essere migliori»
Qualcosa di incomprensibile
di Gunnar Staalesen*
A guardarla dall’alto, come ci è capitato spesso nelle ultime settimane, Utøya assomiglia a un cuore. Venerdì 22 luglio un uomo ha cercato di infrangerlo, questo cuore, ma invano. È ancora lì che batte.
[…]
La mattina di sabato 23 luglio arriva per radio la notizia shock. Sono “circa 80” le persone uccise a Utøya, in aggiunta alle 8-9 del distretto governativo. Molte altre si trovano all’ospedale, gravemente ferite. Un comune stato d’animo va diffondendosi tra la popolazione del paese, tutti si guardano increduli, scossi nel profondo dell’anima. È accaduto qualcosa di incomprensibile, qualcosa di cui è impossibile concepire le dimensioni, la manifestazione di un male inafferrabile.
Un intero popolo è rimasto ad ascoltare, sbigottito. Sono state tratteggiate immagini di disperazione, angoscia, coraggio e altruismo degne di un campo di battaglia o di una guerra, non di una pacifica e piovosa giornata estiva nella piccola Norvegia.
Il paese si è raccolto nel dolore. Il primo ministro ci ha rivolto sin dal primo giorno saggi appelli. «Tutto questo vuole cambiare la Norvegia che conosciamo» ha detto «al contrario: dovremmo avere più democrazia, più apertura». L’attacco alla Norvegia fallisce.
Nelle principali località di tutto paese, a Oslo davanti alla cattedrale, la gente depone fiori, accende lumi, scrive messaggi in ricordo dei morti. Un mare di fiori in tutte le maggiori città. Lunedì si radunano più di 200.000 persone nel centro di Oslo, più di mezzo milione in tutto il paese, per alzare i fiori al cielo, intonare canti di speranza per i giovani e per il futuro.
[…]
Come scrittore di gialli, in più di trent’anni ho descritto molti omicidi. Ho ritratto diversi assassini uomini, e qualche donna. La maggior parte di essi erano vittime di circostanze su cui loro stessi non avevano il controllo. Ma un crimine tanto orribile non sono mai stato in grado di descriverlo, ed è ancora troppo presto per giudicare questo assassino. Era un mostro, una bestia, un estremista politico o semplicemente uno psicopatico? Come ha potuto diventare quel che è diventato? Cosa è stato a spingerlo a compiere un’azione tanto abominevole e incomprensibile? Qualcosa può aver preparato il terreno per un crimine simile? Qualcuno avrebbe potuto scegliere delle parole diverse? E il fango che filtra dagli anonimi dibattiti internet?
[…]
E infine: provo io vergogna per il fatto che sia potuta accadere una cosa simile nel paese, e che un norvegese ne sia il colpevole? La mia risposta è no. Il popolo norvegese non può vergognarsi di aver nutrito un mostro, anche se in futuro dovrà costringersi a un dibattito sul clima in cui può essere cresciuto tale giovane. Provo invece vergogna del fatto che qualcuno dei nostri connazionali, nelle ore che sono seguite all’esplosione della bomba nel centro di Oslo, aveva già additato un capro espiatorio. Persone con un altro colore della pelle sono state attaccate, donne con copricapo musulmano si sono sentite disprezzate. Abbiamo intravisto i contorni di quel che sarebbe accaduto se l’assassino fosse stato quel che temevamo tutti ad un tempo: uno o più terroristi dal background musulmano, le immagini di terrore che si sono delineate per noi dopo l’11 settembre.
Una delle affermazioni che ricorderò meglio tra tutte quelle pronunciate nei primi giorni dopo la catastrofe è quella di una giovane donna musulmana che dice:«Ho provato una specie di sollievo, se è lecito usare questa parola in una situazione del genere, quando è stato chiaro che era un norvegese biondo della elegante Oslo ovest il colpevole sia dell’esplosione della bomba che del massacro di Utøya».
Non possiamo dare la colpa a un’intera popolazione, a una razza o a una religione per ciò che fanno uno o alcuni, di una parte o dall’altra. Se qualcosa di buono può venire da questa tragedia, dev’essere proprio questo. Un insegnamento per la vita.
(traduzione Ingrid Basso)
* (Bergen, 1947) è considerato il padre del giallo norvegese. In italiano - titoli tutti di Iperborea editore - Satelliti della morte, Tuo fino alla morte, La donna nel frigo
